Figli

Noi Figli di Dio

DIO, NOSTRO PADRE

Dio onnipotente ed eterno, che ci dai il privilegio di chiamarti Padre, fa crescere in noi lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.

(Colletta della 19° Domenica del Tempo ordinario)

FIN D’ORA SIAMO FIGLI DI DIO!

Due testi fondamentali per comprendere.

1. Il Verbo «venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 11 – 13).

2. «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui. Carissimi, fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3, 1-2).

CON SENSO DI STUPORE, QUASI DI ESTASI!

L’Amore del Padre ha fatto di noi dei figli: è incredibile, ma vero!

E l’Apostolo Giovanni, testimone attento e fedele, scrivendo queste cose è preso da un senso di stupore, quasi di estasi!
Non è possibile non commuoversi di fronte a un annuncio come questo!
Non si tratta di una comunicazione ordinaria e scontata, ma di un messaggio che trascende: ogni pensiero, ogni immaginazione, ogni aspettativa.

È un annuncio che innalza l’uomo dalla sua normale condizione limitata alla vertiginosa altezza di una vita superiore e divina.
È un salto di qualità senza precedenti e senza confronti!
È ben comprensibile lo stupore dell’Apostolo! Egli ci dice che il Padre, nel suo amore per noi,

–  ci unisce realmente al suo Figlio, così da farci una sola cosa con Lui;

–  ci genera, sia pure in maniera diversa, nella stessa generazione del suo medesimo Figlio;

–  si dona a noi nel suo Figlio, facendosi una sola cosa con Lui;

–  ci fa suoi figli, nel Figlio suo;

–  ci fa partecipi della sua stessa vita divina.

SIAMO CHIAMATI FIGLI

Quando nasciamo non siamo figli di Dio, ma semplicemente sue creature. Dio è Creatore perché, nel seme generato dai genitori, Egli infonde l’anima, che è il principio dinamico della vita. Per diventare suoi figli, occorre un ulteriore intervento soprannaturale, una seconda generazione.

Figlio è colui che procede da un altro per via di naturale generazione.
La generazione è l’origine di un vivente da un altro vivente della stessa specie. Noi siamo figli dei nostri genitori perché ci hanno generato nella loro identica specie. Un tavolo non può dirsi generato dal falegname, perché il tavolo non è un essere vivente e non proviene dal falegname per via di naturale generazione.
Siamo figli dei nostri genitori e, insieme, creature di Dio, perché Dio ha infuso in noi quell’anima intelligente che ci fa vivere e ci fa comprendere.
L’essere uomini, sia maschio che femmina, significa già possedere una grande dignità.

Nella “scala degli esseri” l’uomo è al vertice di una scala che parte dai minerali e prosegue con le piante e gli animali. E anzi, di essi, il signore e il sacerdote, perché tutto è stato creato per lui, e di essi egli è l’interprete intelligente e cosciente per dar lode al Creatore. È già tanto così!

Ma qui nasce lo stupore: nell’apprendere che il Padre ha voluto per l’uomo un ulteriore salto di dignità e di qualità, un ulteriore intervento creativo, una seconda generazione. Questa rigenerazione, ci dice Giovanni,

– non è dovuta al volere di uomo,

– non si realizza attraverso i canali della carne e del sangue,

– non è imposta a nessuno, ma è liberamente offerta a quanti accolgono il Figlio di Dio e credono in Lui.

Tutto si opera nel Battesimo, che ci immerge nel mistero della Morte e Risurrezione di Cristo Salvatore e opera quella realtà per la quale diventiamo

– figli di Dio,

– figli nel Figlio,

– figli come il Figlio,

con una sola differenza: Gesù è figlio per natura; noi lo diventiamo per partecipazione.

LO SIAMO REALMENTE!

L’amore di Dio verso l’uomo era già motivo di stupore per gli uomini dell’Antico Testamento: Esclama il Salmista: «che cosa è l’uomo perché te ne ricordi…?» (Sal 8,5).

Il Dio onnipotente e trascendente aveva scelto Israele e aveva stretto con lui un’alleanza sponsale, ma non aveva ancora fatto dell’uomo un suo figlio.
Anche se Dio nell’Antico Testamento veniva, a volte, chiamato Padre, la paternità divina si estendeva a tutto il popolo “nel suo insieme” e in senso metaforico.

È nel Nuovo Testamento che l’uomo:

– entra nel mistero della vita intima divina,

– diviene partecipe di questa vita divina,

– diventa personalmente figlio di Dio. Diviene figlio:

–  il singolo uomo,

–  il singolo credente,

–  il singolo battezzato,

e non l’umanità nel suo complesso, il “popolo di Dio” nel suo insieme, la Chiesa come realtà mistica.

È COLMATO L’ABISSO!

Siamo figli di Dio! E diventando tali, veniamo in un certo senso a colmare l’abisso, per sé invalicabile, che separa l’uomo finito dal Dio infinito.
Padre è colui che comunica a qualcuno la sua stessa natura. Dio Padre comunica la sua stessa natura al Figlio, che è tale perché è “della stessa sostanza del Padre”.
Ma questo unico Figlio, incarnandosi, è divenuto una cosa sola con noi, e noi, in un certo modo, diveniamo “figli nel Figlio”.

NELL’UNICO FIGLIO DIVENTIAMO TUTTI FRATELLI

Tutti: cioè gli uomini che, senza alcuna distinzione, liberamente accettano di diventare partecipi dell’unica natura divina.
E diventando figli, diventano fratelli, perché acquistano la generazione dal Padre e la comunione col suo unico Figlio.
È dunque questo l’autentico fondamento della cristiana fraternità: la comune dignità di figli.
Siamo tutti fratelli perché diciamo “Padre” alla stessa Persona, e perché il Primogenito, Gesù, ci unisce in Lui in un unico Corpo, in un’unica realtà divina.

“CIO’ CHE SAREMO NON È ANCORA RIVELATO”

Ma non tutto è ancora stato rivelato, e quindi non tutto è ancora evidente. Occorre fare un arduo passaggio da ciò che è visibile a ciò che è invisibile.
Ogni realtà sensibile è segno di una realtà soprasensibile. Occorre fare un balzo nella fede per riuscire a immaginare ciò che è ancora nascosto.

Il Regno di Dio sulla terra, la Chiesa, racchiude realtà divine, ma agli occhi terreni, queste realtà sono ben poca cosa. Basta pensare all’Eucaristia: che cosa c’è di più umile di quella piccola ostia? Eppure è segno e presenza del Corpo di Gesù!
Noi siamo una realtà fragile e mortale, ma già possediamo una tale dignità che ci farà esplodere di gioia nel momento nel quale essa ci sarà pienamente e definitivamente rivelata. È celebre la frase di J. H. Newman: «La grazia è la gloria in esilio. La gloria è la grazia giunta a casa».

“GIÀ” E “NON ANCORA”

Il Padre fa di noi dei figli.

Nati da un padre e da una madre che ci hanno trasmesso le realtà terrene, nel Battesimo siamo rinati a figli delle realtà celesti.
Ora siamo come un feto immaturo, a mezza strada:

–  fra il passato e il futuro,

–  fra le cose che vediamo e quelle che non vediamo,

–  fra il bene e il male,

–  fra il rischio di accogliere il dono divino o di rifiutarlo, in una lotta perenne con le nostre cattive tendenze e con l’azione di Satana che ci ostacola, con ogni mezzo, nel nostro cammino incontro alla piena e perfetta figliolanza divina.
Non siamo in una posizione né facile né comoda, e per questo soffriamo:

– di incompletezza, perché non abbiamo ancora la maturità definitiva;

– di cecità, perché siamo chiusi nelle cose, non vediamo ancora con chiarezza;

– di nostalgia, perché abbiamo già nelle vene il sangue di Dio e siamo costretti a sopportare il sangue turbolento e malato di uomini.

L’UNICO PROGETTO DEL PADRE: FARCI SUOI FIGLI COMPLETI

Farci suoi figli: non in senso ontologico, perché col Battesimo lo siamo già, ma in senso morale, cioè nel senso di una maturità che ci porta a essere figli in senso completo.
La nostra storia terrena non è che la storia della nostra gestazione come figli di Dio. Siamo come il feto nel seno della mamma.
Noi amiamo il ventre della mamma, ma ne siamo usciti appena abbiamo potuto.
Non basta essere concepiti: bisogna uscire dal seno materno, crescere, svilupparsi in piena autonomia personale.
Il cosmo e la storia sono come il seno immenso e molteplice dove si compie questa nostra gestazione, e tutto è predisposto per questo.
E se l’unico progetto divino è quello di farci pienamente figli, è bello pensare alla presenza di un Padre che lavora per noi e con noi per realizzare il suo progetto.
Il progetto non è finito e il lavoro non è ancora compiuto: se fosse finito, sarebbe già la fine del mondo!
E infatti “tutta la creazione, anelando alla gloriosa manifestazione dei figli di Dio, geme e soffre nei dolori del parto” (Rm 8, 19-22). Chi vive nella fede, è consapevole di stare realizzando in se stesso un piano superiore e a lieto fine.

– Sa di dover andare oltre le realtà contingenti e sensibili.

– Sa che il meglio per lui è nel futuro.

– Sa che il domani sarà meglio dell’oggi.

– Sa che il Padre lo sta attirando, attraverso vie misteriose e spesso dolorose, verso una maturità che sarà piena solo quando riuscirà a vivere totalmente la sua realtà di figlio.
E quando, divenuto pienamente figlio, lascerà questa terra nella quale è stato generato, potrà dire con entusiasmo: finalmente! Finalmente sono giunto a casa, da mio Padre!

VIVI IN PACE, DIFFONDI LA PACE

1. Vivi in pace: in te stesso, con te stesso.

È la tua suprema aspirazione, ma quanta fatica per raggiungerla!

Richiede:

– equilibrio fisico e psichico,

– ordine interiore,

– rispetto della gerarchia dei valori,

– volontà di amare tutti e di perdonare sempre,

– riconoscimento del valore altrui,

– accettazione serena del proprio posto e della propria persona,

– rinuncia a ogni forma di invidia, di rivalità e di critica,

– adesione serena alla volontà del Padre, nella fede e con ottimismo.

La pace è conquista, ma soprattutto, dono: è il dono del mio Figlio risorto! E il dono di Gesù nello Spirito Santo! (Gv 14, 1; 20, 19.26).

2. Diffondi la pace: in ogni ambiente e con tutti i mezzi possibili. La pace esterna non dipende solo da te; ma tu impegnati per la tua parte e con tutte le tue forze.

Esercitati nella pratica delle quattro virtù che sono il fondamento di una pace autentica e duratura:

– la verità: nel parlare, nel giudicare, nel riferire;

– la libertà: nell’agire tuo e nel rispetto dell’agire altrui;

– la giustizia: nel dare a ciascuno ciò che gli spetta;

– l’amore: quel tocco di bontà e di cortesia che rende più ricco ogni rapporto e gradito ogni servizio.

Tutta la vita cristiana è come un grande pellegrinaggio verso la casa del Padre, di cui si scopre ogni giorno l’amore incondizionato per ogni creatura umana, e in particolare per “il figlio perduto” (Lc 15, 11-32).

Tale pellegrinaggio coinvolge l’intimo della persona, allargandosi poi alla comunità credente per raggiungere l’intera umanità. Il senso del “cammino verso il Padre, deve spingere tutti a intraprendere, nell’adesione a Cristo Redentore dell’uomo, un cammino di autentica conversione”. È questo il contesto adatto per la riscoperta e la intensa celebrazione del Sacramento della Penitenza. Mettendo in risalto la virtù teologale della Carità, ricordando che Dio è Amore, si dovrà giungere all’amore per Dio e per i fratelli. Si dovrà affrontare la vasta tematica della crisi di civiltà, soprattutto nell’ Occidente tecnologicamente più sviluppato, ma interiormente impoverito dalla dimenticanza o dall’emarginazione di Dio. Alla crisi di civiltà occorrerà rispondere con la civiltà dell’amore, fondata sui valori universali di pace, solidarietà, giustizia e libertà, che trovano in Cristo la loro piena attuazione.

Maria, figlia prescelta dal Padre, sarà presente allo sguardo dei credenti, come esempio perfetto di amore. E perché possiamo fare ritorno alla casa del Padre, ascoltiamo la sua voce materna: «fate quello che (Cristo) vi dirà» (Gv 2, 5).

• “Un grande atto di lode al Padre”, secondo quanto dice l’Apostolo Paolo: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella ca­rità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1, 3-5).

Al Padre si deve il ringraziamento e la lode perché Egli: è l’origine e la fonte di tutto ciò che esiste, dentro e fuori la vita trinitaria; e perché ci ha amati dall’eternità. Essere cristiani «non è solo amare, ma prima di tutto scoprire di essere amati».

• L’avvio di un cammino di autentica conversione, a livello personale e sociale, reagendo a due tristi primati:

– il primato del fare sul contemplare;

– il primato della tecnica sull’etica, per cui si afferma che quanto è tecnicamente possibile è anche moralmente lecito. Convertirsi è riprendere la strada che ogni uomo deve percorrere per potersi riconoscere come uomo.

La strada è una sola, e si chiama Cristo, che ha detto di sé: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6).

• La riscoperta del Sacramento della Penitenza.

Il Padre che “ci ha riconciliati in Cristo” (2 Cor 5, 18.20), ha affidato alla Chiesa il compito di annunciare e di attuare la riconciliazione, attraverso il Sacramento della Penitenza o Confessione.

Occorre riscoprire la Confessione:

– come ringraziamento al Padre, che nella sua infinita misericordia, non conosce limiti nel dispensare il perdono (Confessio laudis);

– come revisione di vita, nel riconoscimento dei propri peccati (Confessio vitae);

– come certezza che Dio ci accoglie e ci risana (Confessiofidei).

Il Giubileo deve divenire così l’atteso momento di una grande riconciliazione, e di un sincero abbraccio col Padre comune per una universale festa del perdono.

• Il rilancio della civiltà dell’amore, attraverso l’esercizio della virtù teologale della carità.

Il Padre comune, invita gli uomini di buona volontà a un impegno di amore e di solidarietà, imitando l’esempio del buon Samaritano del Vangelo.

Occorre realizzare una civiltà fondata sui valori universali di pace, di solidarietà, di giustizia e di libertà, che trovano in Cristo la loro piena attuazione.

Maria, “la figlia prediletta del Padre” e la madre del Salvatore, è costantemente presente col suo vigile amore di mamma.

Sarà guida ed esempio per tutti coloro che vorranno mettersi in ascolto del Padre, che, con infinito amore, dolcemente continua a ripeterci l’irresistibile invito: VIENI!

preghiereagesuemaria.it

BENEDICI IL SIGNORE,ANIMA MIA,
QUANTO E’ IN ME BENEDICA
IL SUO SANTO NOME.

BENEDICI IL SIGNORE ,ANIMA MIA,
NON DIMENTICARE TANTI SUOI BENEFICI.

EGLI PERDONA TUTTE LE TUE COLPE,
GUARISCE TUTTE LE TUE MALATTIE;

SALVA DALLA FOSSA LA TUA VITA,
TI CORONA DI GRAZIA E DI MISERICORDIA.

BUONO E’ PIETOSO E’ IL SIGNORE,
LENTO ALL’IRA E GRANDE NELL’AMORE.

EGLI NON CONTINUA A CONTESTARE
E NON CONSERVA PER SEMPRE
IL SUO SDEGNO.

NON CI TRATTA SECONDO I NOSTRI PECCATI,
NON CI RIPAGA SECONDO LE NOSTRE COLPE.

COME  IL CIELO E’ ALTO SULLA TERRA,
COSI’ E’ GRANDE LA SUA MISERICORDIA
SU QUANTI LO TEMONO;

COME DISTA L’ORIENTE DALL’OCCIDENTE,
COSI’ ALLONTANA DA NOI LE NOSTRE COLPE.

COME UN PADRE HA PIETA’ DEI SUOI FIGLI,
COSI’ IL SIGNORE HA PIETA’
DI QUANTI LO TEMONO.